Bosch si allinea a Toyota

Bosch si allinea a Toyota

Bosch si allinea a Toyota

Di Marco Minati – Senior Consultant Lean Production e docente di “Logistica e gestione degli impianti industriali” presso il Dipartimento di Ingegneria Industriale (DII) dell’Università di Trento

In questa burrascosa Christmas Eve appena passata, parlando ovviamente di auto elettriche, dopo lo sgambetto del CEO di Toyota, ci si aspettava una presa di posizione a livello politico. Un chiaro manifesto delle nazioni più green atta a spazzare via ogni perplessità sulla volontà di procedere speditamente verso l’elettrificazione del parco automobili. Invece: silenzio totale. Assordante.

Adesso, interviene, sempre a gamba tesa, un top manager Bosch, Franz Fehrenbach.

Alla tedesca, sulle pagine della Stuttgarter Nachricten, dice:

“Tutti sanno che anche le auto elettriche nel mix tedesco ed europeo, non sono climaticamente neutre … perché il legislatore nasconde il bilancio energetico per generare la corrente di carica”.

In effetti, il manager mette in evidenza che, per arrivare a 1 milione di colonnine (solo in Germania), ne dovrebbero essere istallate circa 2000 a settimana da adesso al 2030. Si tratterebbe di una operazione titanica, che, visti i tempi di payback, potrebbe essere portata avanti solo dallo stato, cioè da noi.

Fehrenbach attacca frontalmente e senza mezzi termini Tesla, che sta costruendo uno stabilimento in Germania, affermando che adottare il modello dell’azienda yankee “significherebbe chiudere tutte le fabbriche classiche e ricominciare da capo sul green field, indipendentemente dalle persone che sono interessate da questo cambiamento”. In pratica, macelleria sociale.

Questo quanto dice Bosch. Aggiunto al lamento di Toyoda della settimana scorsa, è un macigno che grava sull’auto elettrica.

Fehrenbach argomenta però, subito dopo, sulla superiore valenza di un ecosistema energetico basato sull’idrogeno. Si sa, tra la tecnologia germanica e l’idrogeno l’idillio è mai finito, neppure tra le fiamme dello Zeppelin.

Sembra quasi che la Germania, che fuori da ogni dubbio detta la linea europea del settore, si senta inferiore e minacciata. Dall’esterno, da Cina e Stati Uniti, che procedono speditamente verso i sistemi elettrici. Ma anche dall’interno della UE, ad esempio dalla Francia che, con il suo surplus di energia dal nucleare sta andando nella direzione opposta a quella dello smantellamento tracciata dalla Merkel.

Giappone e Germania sono in affanno, soverchiati da potenze industriali che stanno apertamente insidiando una supremazia, nel campo automotive, che dura di decenni. La reazione è forte e determinata e altri seguiranno: saranno tutte le aziende per cui la riconversione del motore endotermico dal combustibile fossile all’idrogeno è rapida ed economica.

Non c’è dubbio che, a fianco dei ben noti problemi di sicurezza correlati all’impiego di questo leggero e suscettibile gas, vi siano anche degli aspetti estremamente interessanti; primo fra tutti la possibilità di creare scorte fisiche di energia, a livello locale e di facile utilizzo. In California, l’ente pubblico sta sostituendo le centrali termoelettriche con immensi depositi di batterie al Litio per alimentare un territorio che, però, è fondamentalmente privo di industria pesante. Inoltre la tecnologia delle batterie è in forte evoluzione e il rischio di aver investito in un asset nato già obsoleto, non è attraente per i grandi capitali. Purtroppo il principio fisico che – almeno finora – non consente di immagazzinare stabilmente l’energia elettrica gioca a favore della chimica, ambito tecnologico nel quale la Germania è da sempre un portabandiera globale.

Dunque da che parte stare?

Bosch e Toyota hanno ragione: non siamo pronti per l’auto elettrica. È sotto gli occhi di tutti.

In questa scelta c’è un fattore chiave da considerare, a prescindere dalla passione – più o meno disinteressata – per l’una o l’altra tecnologia, ed è il tempo.

Disporre, qui ed ora, di un traghettatore – che potrebbe anche dimostrarsi un degno competitor tecnologico oltre che essere ecologicamente sostenibile – è una opportunità in più. Anche per salvare posti di lavoro.

Come già dicevo nel commento all’uscita di Toyoda, e come ribadito dal tedesco, il marketing dell’auto elettrica e la crescita delle infrastrutture per alimentarla procedono in modo asincrono. Ci vorrà tempo prima che domanda e offerta possano soddisfarsi a vicenda.

L’idrogeno pare quindi una tecnologia che, oltre ad essere senza dubbio green, può darci il tempo per crescere e implementare le infrastrutture elettriche. Un tempo nel quale ogni italiano possa, per ora, fare il pieno nel rispetto dell’ambiente e, lo ribadisco, senza rubare la corrente elettrica dai tralicci per andare al mare.

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